Archive for December 15th, 2005

Accettura (pz) - Il rito arboreo del Maggio

Ogni anno si svolge ad Accettura, nei giorni vicini alla Pentecoste, la festa del Maggio, antichissimo rito propiziatorio che rappresenta il matrimonio fra due alberi.
La festa inizia il giorno dell’Ascensione, quando un gruppo di boscaioli si reca nel vicino bosco di Montepiano per scegliere ed abbattere il cerro più alto e più dritto: il “Maggio”. Il giorno della Pentecoste i contadini si recano nel bosco di Gallipoli-Cognato, dove scelgono la “Cima” di agrifoglio più frondosa, da sposare con il Maggio.
Il cerro, cioè il Maggio, è trascinato dai buoi, mentre la Cima viene trasportata a spalla, affinché non si sciupi.
All’arrivo in paese, i portatori della Cima e del Maggio vengono accolti con concerti bandistici ed offerta di vino e prodotti tipici del luogo.
Il martedì dopo la Pentecoste verrà celebrato il matrimonio tra il Maggio e la Cima.
La Sagra si conclude con la gara tra diverse squadre di cacciatori e con la scalata del Maggio.

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Azienda di Promozione Turistica della Basilicata

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CAPRACOTTA

Dove il suolo permette alla vegetazione di attecchire essa è fatta di cespugli e di piante molto resistenti alla siccità come: ginestre e piante aromatiche (salvia, timo, lavanda), che caratterizzano la cucina tipica del luogo. È da vedere il giardino della flora appenninica: accoglie vari tipi di piante, arbusti e fiori tipici della vegetazione appenninica.

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RISERVA MAB

La riserva MAB è una delle tre aree italiane protette istituite dall’UNESCO: Collemeluccio-Montedimezzo, il Circeo ed il Parco Sottomarino di Trieste. Essa include i territori di Collemeluccio e Montedimezzo. La foresta di Motedimezzo, una volta riserva di caccia dei Borboni, è collegata a quella di Collemeluccio, che era di proprietà dalla nobildonna Desiderata Melucci (moglie del Duca d’Alessandro di Pescolanciano) cui si pensa derivi il nome, inoltre si estende nel territorio di Vastogirardi. La foresta è situata ad un’altezza tra gli 800 e i 1066 m. ed è caratterizzata dalla presenza dell’abete bianco, del cerro, e del faggio alle quote più alte. La fauna è costituita dal cinghiale, dalla lepre, dal tasso, dalla donnola, dalla faina, dalla volpe, dalla poiana, dal gufo, dal barbagianni e dalla civetta.

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IL MATESE

Il Matese è tra i più importanti gruppi dell’Appennino, la cima più alta della regione con 2050 m. è Monte Miletto, Monte Gallinola 1925 m. e Monte Mutria 1825m. Il Matese, è ricco di grotte, buona parte delle quali già esplorate. A ponente, si presenta una barriera rocciosa che s’innalza bruscamente, con pareti a strapiombo : Le Mainarde, sono comprese nel territorio che fa parte del Parco Nazionale d’Abruzzo. Hanno un aspetto aspro poiché le rocce nude, prive di uno strato superficiale di terreno, non favoriscono la crescita della vegetazione.
Non mancano poi luoghi suggestivi come il Pianoro di Valle Fiorita, Pizzone, contornato da boschi di faggi e la Conca di Montenero Val Cocchiara, in cui pascolano cavalli allo stato brado.

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LA FAUNA

Il Molise, con i comuni di Pizzone, Scapoli, Rocchetta al Volturno, Castel S.Vincenzo, fa parte del Parco Nazionale d’Abruzzo. I paesi citati, sorgono nella parte meridionale del Parco , sono centri organizzati per escursioni e gite guidate e nel loro territorio è possibile incontrare qualche esemplare di lupo, mentre a quote più basse, sui monti Meta è possibile imbattersi nel camoscio. Nel Parco sopravvive anche qualche esemplare di orso bruno marsicano che è possibile incontrare, specie durante la stagione della riproduzione.

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LA FLORA

A proposito della flora molisana, le maggiori distese boschive sono le abetine di Pescopennataro, di Monte Campo, di Agnone e le faggete di Montedimezzo (Vastogirardi), di Prato Gentile (Capracotta) e della Montagnola (Frosolone). Se verso l’alto la vegetazione arborea comincia a cedere il posto a quella erbacea, verso i 1000 m. si trovano ampi e fitti boschi di cerro e di castagno. Qua e là, attecchisce una vegetazione fatta di cespugli e di piante molto resistenti alla siccità come: ginestre e piante aromatiche (rosmarino, origano, salvia, timo, lavanda), che caratterizzano la cucina tipica del luogo.

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CUCINA E RICETTE MOLISANE

Teste di agnello o capretto ripiene.
Le testine vanno spaccate a metà e messe a bagno in acqua fredda per mezza giornata fino a quando non diventino quasi bianche (devono perdere il sangue); poi vanno pulite e lavate accuratamente. In un piatto a parte si prepari un impasto fatto d’olio, vino bianco, prezzemolo, mollica di pane, aglio, formaggio pecorino e un tuorlo d’uovo. L’impasto viene cosparso sulle testine che si mettono al forno; mezz’ora di cottura e sono pronte per essere gustate a tavola.

Lo spaghetto del pescatore.
In un tegame di creta, si metta a crudo,pomodori, olio, mezzo peperone verde dolce, uno spicchio d’aglio, basilico, prezzemolo, sale, crostacei piccolissimi, un calamaro a pezzetti, scampi piccoli, granchi di sabbia e di scoglio, canocchie (meglio conosciute come cicale) e gamberetti. Dopo circa 20 minuti di cottura si aggiungano i frutti di mare: telline, vongole, cozze nere, cannolicchi e noci di mare. Contemporaneamente si mettano a bollire, a parte, gli spaghetti in acqua salata. Si versino cotti al dente nel tegame del pesce. Si mescoli e si serva a tavola.

Zuppa di pesce con piselli.
Per la preparazione di questo piatto occorrono 800g di pesce fresco, tra cui seppie in abbondanza. Altri 800g di piselli piccoli e dolci ; 2 cucchiai di olio di oliva, 1 cipollina, mezzo bicchiere di vino bianco secco, un pomodoro maturo, prezzemolo tritato, sale e pepe. Si pulisce il pesce, si svuotano le seppie: eliminare l’osso, la sacca dell’inchiostro(facendo attenzione che non si rompa) e la sacca contenente il liquido giallo scuro. Togliere gli occhi, spellare le seppie e lavarle bene in acqua, scolarle e tagliarle a pezzi tentacoli inclusi. In un largo tegame far soffriggere la cipollina tritata con due cucchiai di olio. Unire quindi il pesce e le seppie, salarle, peparle, dare una mescolata ed aggiungere il vino bianco. Fare quindi evaporare, aggiungere il pomodoro pelato fatto a pezzi ,coprire e lasciare cuocere per una ventina di minuti. Intanto sbucciare i piselli unirli alle seppie ed al pesce con un mestolo di acqua calda e continuare la cottura per altri trenta minuti. Infine cospargere il tutto con prezzemolo tritato. Preferendo la zuppa in bianco si può eliminare il pomodoro. In questo caso al posto del pomodoro e della cipolla, far soffriggere uno spicchio d’aglio.

La pescatrice ripiena.
Tipico piatto di Termoli, dove cucinare il pesce è una cultura.Si pulisce una pescatrice estraendo l’interiora e poi la si sala. Intanto a parte si prepara un impasto di uova battute, formaggio (parmigiano misto a pecorino), prosciutto, mollica di pane ed abbondante prezzemolo. Riempita la pescatrice, se ne cuce l’apertura e si prepara un sughetto alla marinara in una teglia di creta. Esso verrà preparato con pomodoro pelato, aglio, olio di oliva, origano e prezzemolo. Dopo una decina di minuti si può calare la pescatrice , precedentemente preparata, lasciandola cuocere a fuoco lento finchè non fuoriescano gli occhi; quando questo avviene vuol dire che la giusta cottura è stata raggiunta.

Il coniglio alla molisana
Pulite il coniglio, lavatelo, dissossatelo e ritagliatelo in pezzi. Prendete degli spiedini ed in ognuno infilzate un pezzo di carne, una foglia di salvia, una salsiccia, ancora un pezzo di carne e ancora salvia. Condite con sale, pepe e rosmarino. Ultimati gli spiedini, cuoceteli sulla brace o in forno caldo, rigirandoli spesso e ungendoli con olio.

Braciole di maiale al vino bianco
Togliete la parte grassa alle braciole di maiale e passatele dalla macchinetta tritacarne. Con questa carne confezionate quattro bracioline che passerete in un pesto composto da uno spicchio di aglio, un rametto di rosmarino, un pezzetto di peperoncino roso e sale. Fate aderire bene questo pesto da ambo le parti delle bracioline e poi allineatele in una padella con qualche cucchiaiata di olio caldo. Portate la padella su fuoco moderato e fate rosolare le bracioline da una parte e dall’altra. Innaffiatele, quindi, con mezzo bicchiere di vino bianco secco e, quando sarà evaporato, con qualche cucchiaiata di brodo caldo. Coprite la padella con il suo coperchio, diminuite il fuoco al minimo e lasciate cuocere lentamente le bracioline. Servitele molte calde.

Scrippellle
Mettete in una terrina le uova, sbattetele e poi aggiungeteci 150 grammi di farina, una cucchiaiata di parmigiano grattugiato, un pizzico di sale ed un nonnulla di noce moscata. Mescolate i vari ingredienti, poi versate nella terrina, a poco a poco, un quarto di latte, sempre mescolando, per ottenere una pastella piuttosto liquida. Mettete in una padellina una cucchiaiata di olio, portate la padellina su fuoco vivace e versateci dentro due cucchiaiate del composto preparato. COnfezionate così una frittatina e via via tutte le altre fino a che avrete utilizzato tutte le uova della terrina. Su ogni frittatina spolverizzate abbondante parmigiano e pecorino grattugiati e mischiati insieme e poi avvolgetela su se stesa in modo da racchiudere i formaggi. Distribuite le frittatine nelle scodelle e versateci sopra del brodo bollente.

Zuppa sante’
Mettete in una terrina la polpa di vitello macinata, una cucchiaiata di parmigiano grattugiato, un uovo, sale, pepe. Mescolate bene il tutto e formatene delle palline della grandezza di ceci che passerete nella farina e friggerete in una noce di burro. Tagliate le regaglie in pezzetti e rosolate anche queste in una noce di burro. In una pentola mettete a scaldare il brodo e quando bollirà tuffateci le polpettine e le regalie e fate cuocere. Infine distribuite la zuppa nelle scodelle guarnite con fettine di pane e pezzetti di caciocavallo e su tutto spolverizzate formaggio pecorino e formaggio parmigiano grattugiati e mischiati insieme.

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HOMO AESERNIENSIS

I ritrovamenti dell’Homo Aeserniensis (Uomo di Isernia), sono avvenuti casualmente nel 1979 durante i lavori di sbancamento per la superstrada Napoli-Vasto. i reperti sono stati portati alla luce grazie all’attività dell’Istituto Universitario di Paleontologia dell’Università di Ferrara e dei professori Peretto, Sala e Cremaschi.
Il nome dell’Homo Aeserniensis è entrato di diritto nella storia della Paleontologia, come segno di una tappa importante nella continua ricerca delle origini dell’umanità. Un milione di anni fa l’Homo Aeserniensis ha dato attuazione al primo conglomerato abitativo-sociale, alla prima forma di bonifica, al primo uso del fuoco, al primo impiego di tecnica coloristica a fini estetici.
Circa un milione e mezzo di anni fa gruppi di esseri umani abbandonarono la loro terra d’origine, l’Africa orientale,e si diffusero in Europa ed in Asia. Erano piccoli e tarchiati, con un viso caratterizzato dalla fronte sfuggente, dall’assenza di mento, da una mandibola poderosa e da due rigonfiamenti sulle orbite. Il volume del cervello invece aveva già quasi raggiunto quello dell’uomo attuale, ed erano individui dotati di un coraggio ed un’inventiva straordinari.Infatti nei 3 milioni di anni precedenti avevano imparato a camminare eretti, ad usare le mani sotto la guida del cervello, a creare oggetti, a difendersi con l’astuzia più che con la forza bruta, a modificare l’ambiente e a vivere con i propri simili. Protagonisti di tale lento processo furono:l’australopiteco, l’homo abilis e l’homo erectus, colui che decise di conquistare il mondo.
L’homo erectus lasciò il posto solo centomila anni fa all’Homo sapiens. All’inizio della migrazione dunque, circa un milione e mezzo di anni fa, l’homo erectus non sapeva ancora servirsi del fuoco, e quindi la sua diffusione si limitò alle zone meridionali del continente. Queste comunità di cacciatori dapprima vissero in grotte; successivamente allestirono accampamenti all’aperto, sempre accanto ad un lago o ad un corso d’acqua. Circa un milione di anni fa anche la penisola italica doveva essere popolata seppure sporadicamente. Solo la scoperta dell’abitato di Isernia, giunto fino a noi intatto, ha permesso di chiarire molti la ti oscuri di questa prima fase della preistoria. Il giacimento, non ancora interamente esplorato, si estende per circa 30.000 metri quadri.
La datazione dell’accampamento ad un milione di anni fa è stata possibile grazie a sofisticate analisi fondate sui tempi di trasformazione del potassio Argon, su mutamenti di polarità magnetica, sullo studio dei fossili e della stratigrafia del sitoIn quel periodo, alla vigilia di manifestazioni vulcaniche che ne avrebbero notevolmente modificato l’aspetto orografico, si presentava come una vasta prateria, inframmezzata da larghi tratti di palude e attraversata da un corso d’acqua lungo il quale si innalzavano platani, pioppi olmi e salici. Nella savana vivevano bufali, ippopotami ed elefanti. Poco lontano, nei boschi sulle colline, si nascondevano orsi, cinghiali, cervi, daini e capre selvatiche. L’accampamento sorse poco lontano dal fiume, per garantire agli abitanti l’acqua indispensabile ed offrire una certa protezione dagli assalti degli animali. Prima però , fu necessario bonificare il terreno, reso paludoso dalle periodiche inondazioni che seguivano la breve stagione delle piogge. Si trattò di una vera e propria opera di ingegneria, possibile ad individui ordinati in una struttura sociale già abbastanza complessa e che, ormai non si rifugiavano più dove capitava, ma lucidamente sceglievano il posto adatto ad uno stanziamento e, prevedendo di tornarvi ogni anno, vi apportavano le opportune modifiche. Le ossa grandi degli animali uccisi, spolpate e private del midollo, le corna dei cervi e dei bufali, le zanne degli elefanti furono ordinatamente disposte sul suolo, alternate a blocchi di travertino. Si costruì in tal modo una solida base su cui erigere le capanne, da ritrovare, un po’ dissestata, ma sempre utilizzabile dopo qualche lavoro di manutenzione, ad ogni migrazione.Cosa che ha richiesto tempo e organizzazione del lavoro. L’accampamento era diviso in varie sezioni, ognuna destinata a specifiche attività. L’homo erectus di Isernia aveva già a disposizione una gamma di strumenti adatti ad uso specifico.
In un’area dell’insediamento sono state trovate ossa più piccole, alcune delle quali mostrano di aver subito un intenso calore. Questo, unito alla presenza di chiazze di argilla arrossata, fa pensare che nell’accampamento si usasse il fuoco e si cuocesse pertanto il cibo. Fino a questi ritrovamenti di Isernia, prove dell’uso del fuoco risalivano solo a non oltre mezzo milione di anni fa. Mentre si attende che i lavori di scavo siano continuati, i reperti hanno trovato provvisoria sistemazione nel Museo Nazionale della Provincia Pentria ad Isernia, meta di migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo. Recentemente è stato approvato il progetto di un imponente museo che ospiterà, accanto ai centri di restauro, di studi e di ricerche, anche una facoltà universitaria di paleontologia. E’ in fase di studio da parte del Ministero dei Beni Culturali un circuito turistico comprendente Paestum (antichità greca), Pompei (antichità romana), Isernia (antichità paleolitica)

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PIETRABBONDANTE

Il complesso archeologico si trova alla periferia di Pietrabbondante, a 966 mt. Slm., affianco ad un altro tempietto con botteghe porticate di epoca precedente. Per costruirlo i Sanniti ricavarono due terrazzi lungo il fianco del monte, a livelli diversi ma su unico asse. Dimensioni complessive dell’area: m.55×90. Al complesso si accedeva non dall’attuale strada provinciale, ma dalla via a valle che non vedeva il prospetto allineato sulla strada ma sul corso del sole. L’orientamento a sud-est permette di osservare ogni giorno la nascita del sole. Il teatro si compone di due elementi: la cavea e l’edificio scenico, legati tra loro da due archi di pietra posti alle estremità dell’iposcenio. La cavea contiene 2500 spettatori. Dalla strada principale si trovava l’alta facciata dell’edificio scenico lungo m.37,30 e alto circa sette.
Gli spettatori, una volta seduti, avevano di fronte il prospetto dell’edificio scenico con tre porte che immettevano nei camerini degli attori. La parte sottostante era adibita probabilmente a magazzino. Il muro frontale del palcoscenico era munito di cinque porte e il piano di calpestio era di tavole munite di fori sul lato posteriore per l’uso di scenari mobili dipinti. Gli ingressi: due sul fronte; uno laterale, verso nord, per l’accesso della gente comune nella parte alta della cavea; l’altro sulla curva posteriore direttamente collegato con il tempio. Il teatro insiste in un luogo dove nel III sec a.C. si trovava un tempio ionico distrutto da Annibale nel217 a.C. Il tempio, di m. 25×35, sorge alle spalle del teatro. Ciò che oggi è visibile costituiva il podio (basamento), sul quale si alzavano anteriormente otto colonne con capitelli corinzi e, nella parte posteriore, tre celle pavimentate con mosaico bianco, dedicate a divinità diverse. Celle e colonne avevano fondazioni proprie, quindi il possente muro perimetrale del podio fungeva da rivestimento decorativo.
Le tre are allineate tra teatro e tempio erano dedicate a divinità, una delle quali doveva essere Vittoria (come da lastrina in bronzo ritrovata durante gli scavi). Ai lati del podio, i due porticati con resti di edifici adibiti a botteghe, completano l’intero complesso. Il monumento nel II sec. d.C. risultava coperto dai detriti alluvionali.Gli scavi furono condotti in diverse fasi: nel 1857 e 1858, ad opera dei Borboni; nel 1871-72, per interesse della Provincia; nel 1959 e negli anni successivi per intervento della Soprintendenza Archeologica del Molise. Si tratta di un originale organismo in cui confluiscono elementi italici, ellenistico-campani e latini.

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LARINO

Larino rappresenta la continuità di un impianto urbano già molto solido ed evoluto nel IV sec. e di cui si possono ammirare i muri perimetrali di edifici recentemente scoperti. Dopo la vittoria dei Romani sui Frentani nel 319 a.C., Larino assurse a res publica Larinatium per volontà dei vincitori che ne fecero un centro chiave per controllare i Sanniti Pentri. L’affiorare dappertutto di testimonianze antiche ne fa un grande parco archeologico in cui si sono susseguite e sovrapposte più civiltà.
L’intera piana romana è stata individuata tra Piana S. Leonardo e Via Torre S. Anna, ove sono affiorati edifici, terme, tempio di Apollo, mosaici, l’anfiteatro. Quest’ultimo è edificato sul margine occidentale della Piana di S. Leonardo, laddove sorgeva la città romana. E’ da ricondurre alla categoria degli edifici a struttura mista di cui ne rappresenta, per le sue particolarità, una variante. La cavea, per un’altezza di m. 6-7 dal piano terra, è scavata, infatti, nella collina di tufo piuttosto friabile. Solo la parte superiore è costituita da strutture murarie. La sua forma è ovale, con curva policentrica, e dispone di quattro ingressi anch’essi scavati nel banco di tufo: due principali, nord e sud, alle estremità dell’asse maggiore, e due secondarie alle estremità dell’asse minore est-ovest. L’arena, completamente riportata alla luce, è interamente scavata nel banco di tufo: il suo piano, piuttosto irregolare, convesso al centro, degradante verso l’euripo, conserva ancora i segni di lavorazione del piccone. La forma pressoché ellittica dell’arena consentiva la perfetta visibilità da ogni punto della cavea poiché, contemporaneamente avvenivano più combattimenti. L’anfiteatro doveva soddisfare due esigenze principali: la visibilità e la sicurezza: la prima era assicurata dalla forma ellittica in pendenza della cavea, la seconda dal numero adeguato di accesssi.

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